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Una rassegna di haiku realizzata dal sito di Altramusa in cui campeggia il mio contributo... (Ingrandire per visualizzare meglio e usare il cursore azzurro in basso per navigare nel minibook)
Una grande antologia, un'iniziativa di beneficenza: da non perdere

(a Lisa Morpurgo,
geniale donna e scrittrice,
Maestra dell'astrologia italiana ed europea
a 10 anni dalla sua scomparsa)
Puoi dimenare le ciglia su nuraghi,
pelle dagli scardini che mostri un pure
acerbo desiderio di lidi migliori.
Questo milituncolo per una goccia
di nerume, scaverebbe
fogge periptere all'equatore,
ci ammarterebbe tutti.
Levogira resta la giostra
del nostro
geoide
e nike nudità nella vita
che come cloroformio breve
usa la ragione, e come diga
fragile, quando
non come sprone! Da cui
ci si confina in riserva, nativi.
Nella foga una pendice rossa
svapora inosservata lungo il giorno:
non c'è ritorno per noi stronzi,
fiamma di vespro resta la giostra
e nube ad est la penna.
Votati allo scambio del senno, dei poli,
degli infanticidi in differita
con gli aborti delle matriarche,
aspettiamo che meteore e non acque
acide piovano per inversirci
e spenti soli aspettiamo
in disparte.

art by federico bebber
In conversione di brama
eseguo ellissi di gorgheggi
nel tuo diaframma che s’apre
alla mia fame
Vampe di sorsi
inchiodate alle spalle
echeggiano la tua furia
d'incesto ai miei tracolli
Croste distoliche
appese alle ruggini
del tuo respiro
crude lingue
a distogliermi i sensi
sgrattandole attingi
alle viscere salienti
come brame incubate
in vitro cavo
renitente
Sono la placenta
che distrae la tua fame
unto pensiero di parole
banchetto delle tue paure
Assurgo a fioretto
che infilandoti percuote
l'attesa tua cronica abiura
del mio gravare spento
Morfea77 ~~~ Dax82

L’animaLe cura.
Parole non conosco
per riaverti, in volto,
detersa; portarti
in ceppi, a lenti passi,
volente sulla soglia
di un dono di pace: ho solo
una sferza, una lingua
per dare e non dire,
per dare e lenire
ferite.
Così, non lacrimare
latte di ortiche, dai seni
rinsecchiti: di fasi,
conversano i mesi,
alterne
in cui ci puniremo
distanti. E ci feriamo sempre
quando il buio è un tempo fitto,
fecondo, come infanti
di fiere affamate e insonni.
Ma la cura animale
sfila rosari di frasi
taciute, abbozzate
da esotiche tribù dove nudarsi
è prassi e non c’è io
e tu, ma larve di suoni, di case
senza padroni, e una giada
di sale, come foglie, fonde
attriti in un solatio,
lavico mare.
… E c’è una scatola alle spalle
di questi bracieri
dormienti
ma pronti ad accendersi
quando decidi che i miei sguardi
dei tuoi sono degni, dimostri
di volere affacciarti
a questo vergine pugno di terra
che la mia pelle con sforzi
al tuo cospetto rinserra;
quando inattesi, nelle malsane coltri
fuligginose dell’esperienza
s’addentreranno due raggi, con essi
un provvido sereno, e coglierai
da me quel frangente di arcobaleno
che posso e i profondi recessi
di un mondo nascosto,
chiesa,
muto chiostro
di sperdute vestali,
atteso verrà il tempo di pace
e silenzi, in cui sarai
Demetra di mietitura
per quel vessato pugno di terra
dura, sarò trebbiato e sarai
con me disfatta e nuovamente
pura. Sapendo
che la guerra
è la nostra misura, non contare
queste ferite. L’anima le cura.
Parole non ricordo
per riaverti, nel cuore,
bambina; portarti
gaudente sui selciati,
in braccio, a passi e stenti,
a giocare coi sassi: ho solo
giardini di baci, una lingua
per dare e soffrire,
per dare e carpire
silenzi.
Dario Rizzo.





immagine dal web
Vorrei che vi fermaste un minuto a pensare a come la forma artistica della poesia potrebbe essere definita. Credo che ognuno di noi abbia dentro di sé un’idea, un’idea che mette in pratica ogni volta che si rapporta ad una pagina bianca e prova a comporre; unendo queste idee è probabile che vi siano elementi comuni e discordi. Che l’indole, la ricerca, i nostri valori o la nostra poetica c’inducano ad una scrittura più discorsiva e simile al parlato o più tormentata e avulsa dalla quotidiana comunicazione, che si tratti di una scrittura vicina alle esperienze intime o di un mero esercizio verbale, ognuno potrà convenire sul fatto che la poesia prende vita dalla manipolazione della parola. La poesia ha delle regole, e svincolarsi dalle regole vuol dire comunque rapportarsi ad esse in qualche modo. Si tratta, se vogliamo, di un gioco, un “gioco normato” (L. Renzi), un’illusione quindi, per definizione stessa di gioco, il quale dà origine ad una realtà ‘altra’, e tuttavia spesso molto vicina a quella che percepiamo.
Ma è vera menzogna, quella del poeta? e in cosa consiste? La manipolazione della parola per scopi referenziali si propone l’obiettivo (o almeno così dovrebbe essere) di rendere chiari e univoci i fatti. Anche questa è ovviamente un’utopia e una menzogna, perché non esiste un fatto oggettivo, semmai ‘alcune’ soggettività possono trovarsi a concordare su ‘alcune’ parti salienti di un fenomeno e di un’esperienza, che è poi un fatto alla base del pensiero scientifico e istituzionale. E chi scrive sa già quanto di ‘saliente’ vada perduto in questo processo di ‘negoziazione’ di ciò che deve e non deve essere detto... Oltre alla discordanza delle opinioni, quindi, c’è il fatto che la parola stabilisce solo una superficiale corrispondenza tra significante e significato il quale, filtrato da ogni forma mentis, assume connotazioni diverse, persino nel caso di un teorema di matematica.
La poesia si spinge più in là, tuttavia. Si propone obiettivi estetici. Forgia significanti, termini della più varia natura, stravolge l’ordine logico verbale con gli iperbati, tributa il tremore di una mano a uno stato d’animo della mano piuttosto che dell’uomo, crea corrispondenze tra le sensazioni più disparate, parla più per omissioni che per descrizioni. La poesia si serve di parole e concatenazioni comuni ma al tempo stesso uniche e proprie, sovente per comunicare agli altri inizia col tagliare gli altri fuori dall’universo di chi scrive. Insomma costruisce e ricostruisce sia il linguaggio che l’esperienza psichica da cui esso muove. In questo senso, il poeta è un mentitore della specie più raffinata, ti accarezza diabolicamente.
Che senso ha mentire allora? Perché non esplicitare un’esperienza come se si trattasse di una cronaca? Da scrivano, non posso che fornire una risposta soggettiva lasciando a voi l’ultima parola. Chi scrive poesia ha capito che il vero “velo di Maya”, la vera illusione, è rappresentata proprio dal fenomeno, e che esso non vale niente senza l’universo di attribuzioni che solo la sensibilità può garantirgli; ha capito che eliminare da un racconto la connotazione significa estirpare una pianta dal suo terreno necessario e prodigale, condannandola a morte; ha capito che chi resta indifferente all’arte, e punta solo a ciò che è parzialmente condivisibile, è un individuo morto dentro, perché la vera vita è manifestazione dell’unicità di ognuno di noi, all’ennesima potenza, e noi siamo vivi quando siamo noi stessi, quando la scrittura è espressione del solito universo da un insolito punto di vista interiore - pensate alla rappresentazione di una Madonna canonizzata in epoca medievale e alla Madonna del Caravaggio; ha capito che il linguaggio comune stabilisce una distanza abissale fra l’Io e il Non-Io, è annullamento dell’individuo e, soprattutto, fallisce nel cogliere proprio gli aspetti salienti dell’esperienza vissuta, fornendo una verità che sta alla Verità come le onde e le increspature stanno alle correnti oceaniche, importante ma talmente limitata da non consentire alcun appagamento; ha capito che la psiche parla un linguaggio impossibile da rendere così com’è, ma che è possibile e doveroso imitare e interpretare con ogni mezzo di cui si dispone; ha capito che attraverso la menzogna si può comunicare in poche righe una sapienza che nessun saggio sui massimi sistemi dell’universo può contenere, e ha successo nell’educare ogni individuo a non dimenticare sé stesso sotto la spinta di una realtà assai più menzognera e impersonale, proprio quando la menzogna è rappresentata dalle verità collettive, ben più ardite delle forme geniali eppure così oneste e reali con cui la fantasia rielabora la realtà e ne ricombina gli elementi in sintesi; ha capito che il miele sulla medicina costituito dalla bellezza di un pensiero (e dalla sua ‘bugia formale’) cura l’anima quanto la medicina stessa; ha capito che se la realtà è la prima verità da plasmare, il sogno e la menzogna sono il suo ultimo scalpello per portarla alla luce.
(L'articolo è anche visibile, in forma completa di premessa e citazione, su MC: www.lamenteeilcuore.com/attimi/pagineweb/lalentedielio4.html)
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