Dario in breve

Utente: Dax82
Nome: Dax82
Un vulcano, un albatros, una spugna, una carovana nel deserto, una molla, una carezza sulla schiena, una lacrima, una spada ferma nel fodero, un messaggio in bottiglia, uno sparo nel sonno, una vocazione morale, una scintilla elettrica, una prospettiva alternativa, un respiro trattenuto, un caleidoscopio, sono cose che mi rappresentano bene, ciascuna a suo modo.

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venerdì, 28 marzo 2008

Levogiro


(a Lisa Morpurgo,

geniale donna e scrittrice,

Maestra dell'astrologia italiana ed europea

a 10 anni dalla sua scomparsa)



Certo.


Puoi dimenare le ciglia su nuraghi,

pelle dagli scardini che mostri un pure

acerbo desiderio di lidi migliori.


Questo milituncolo per una goccia

di nerume, scaverebbe

fogge periptere all'equatore,


ci ammarterebbe tutti.


Levogira resta la giostra

del nostro

geoide


e nike nudità nella vita

che come cloroformio breve

usa la ragione, e come diga


fragile, quando


non come sprone! Da cui

ci si confina in riserva, nativi.

Nella foga una pendice rossa


svapora inosservata lungo il giorno:

non c'è ritorno per noi stronzi,

fiamma di vespro resta la giostra


e nube ad est la penna.


Votati allo scambio del senno, dei poli,

degli infanticidi in differita

con gli aborti delle matriarche,


aspettiamo che meteore e non acque

acide piovano per inversirci

e spenti soli aspettiamo


in disparte.

 

 



lunedì, 24 marzo 2008

Placenta


art by federico bebber


In conversione di brama

eseguo ellissi di gorgheggi

nel tuo diaframma che s’apre

alla mia fame


           Vampe di sorsi

          inchiodate alle spalle

          echeggiano la tua furia

          d'incesto ai miei tracolli


Croste distoliche

appese alle ruggini

del tuo respiro

crude lingue

a distogliermi i sensi


          sgrattandole attingi

          alle viscere salienti

          come brame incubate

          in vitro cavo

          renitente


Sono la placenta

che distrae la tua fame

unto pensiero di parole

banchetto delle tue paure


          Assurgo a fioretto

          che infilandoti percuote

          l'attesa tua cronica abiura

          del mio gravare spento

 

 

Morfea77 ~~~ Dax82


sgocciolato da: Dax82 alle ore 12:45 | link | commenti (2)
categorie: collaborazioni, tensione, --- tutta la poesia ---, hedonism-eroticism
domenica, 16 marzo 2008

L'animaLe cura

 





L’animaLe cura.



Parole non conosco

per riaverti, in volto,

detersa; portarti

in ceppi, a lenti passi,

volente sulla soglia

di un dono di pace: ho solo

una sferza, una lingua

per dare e non dire,

per dare e lenire

ferite.


Così, non lacrimare

latte di ortiche, dai seni

rinsecchiti: di fasi,

conversano i mesi,

alterne

in cui ci puniremo

distanti. E ci feriamo sempre

quando il buio è un tempo fitto,

fecondo, come infanti

di fiere affamate e insonni.


Ma la cura animale

sfila rosari di frasi

taciute, abbozzate

da esotiche tribù dove nudarsi

è prassi e non c’è io

e tu, ma larve di suoni, di case

senza padroni, e una giada

di sale, come foglie, fonde

attriti in un solatio,

lavico mare.


E c’è una scatola alle spalle

di questi bracieri

dormienti

ma pronti ad accendersi

quando decidi che i miei sguardi

dei tuoi sono degni, dimostri

di volere affacciarti

a questo vergine pugno di terra

che la mia pelle con sforzi

al tuo cospetto rinserra;


quando inattesi, nelle malsane coltri

fuligginose dell’esperienza

s’addentreranno due raggi, con essi

un provvido sereno, e coglierai

da me quel frangente di arcobaleno

che posso e i profondi recessi

di un mondo nascosto,

chiesa,

muto chiostro

di sperdute vestali,


atteso verrà il tempo di pace

e silenzi, in cui sarai

Demetra di mietitura

per quel vessato pugno di terra

dura, sarò trebbiato e sarai

con me disfatta e nuovamente

pura. Sapendo

che la guerra

è la nostra misura, non contare

queste ferite. L’anima le cura.


Parole non ricordo

per riaverti, nel cuore,

bambina; portarti

gaudente sui selciati,

in braccio, a passi e stenti,

a giocare coi sassi: ho solo

giardini di baci, una lingua

per dare e soffrire,

per dare e carpire

silenzi.

 


 

 

Dario Rizzo.





venerdì, 14 marzo 2008

Umano !




immagine dal web



Sono il mistico e il divino,

son la pietra del destino,
il minor dei contingenti,
un fuscello ai quattro venti.

Son la vita del vissuto,
sono l’alba del futuro,
sono l’etere, il rifiuto,
l’Ingannevole, il più puro.

Sono l’odio viscerale,
la passion che non sa male,
una fiera nel sociale,
sono il Cristo del Natale.

Sono fiamma d’Acheronte,
son del Lete eterna fonte,
son la vittima, il successo,
la poesia del compromesso.




Da "Suggestione e sogno", raccolta privata, anno 2000. Dario Rizzo.
sgocciolato da: Dax82 alle ore 12:28 | link | commenti (6)
categorie: ironic, parnaso e classicismi, --- tutta la poesia ---
giovedì, 13 marzo 2008

In morte di Cheope





immagine dal web. idea di merry1319


Cantaci o Iside
della ballata delle cime sacrali;
da lontano come dall’alba al tramonto
cantaci il loro tempo
denso sulle pareti come l’olio
che cola caldo
di respiro appannato e calore
 
“Vi è stato un tempo cieco
ove incasellato a piastre un cielo
nel ventre del niente, si è andato
a posare uno spazio che a piedi
umani non fu destinato. E vi canto,
ancora dopo fregi estinti e steli
sgomente, ai bisogni un palazzo”
 
o di come dentro i loro ventri
l’urlo e il rimbombo dell’acuto
- suono perpetuo della voce solenne
di un faraone morto sotto la sabbia -
strillava al mondo tremando
suntuosamente
dall’oltretomba
 
“sì, del verdetto, che rendesse omaggio
onesto al suo viaggio nello specchio
di stelle, un baluginìo silente
di un fato al ruggente silenzio
costernato, nel sempre di un limbo
in cui pur nel vespro di dio non venne
del sole un addio, ma un commiato”
 
Perché pendente forza sudava
grondante di prismi d’affanni
e il mistero di secoli
nascosti alla mente romantica
e alla ragione cinica
gridava ancora pacato
dall’ignoranza di una specie
 
“che immemore, incerta e poi muta
resta di fronte a quella mai defunta
e strenua lealtà per gli ideali,
di fronte a un amore trasceso
che immenso addita il sereno,
come faro lasciato da una mente
geniera, per mostrare le Sue ali”
 
Cantaci o Iside
delle imponenti imprese gaudenti.
Canta dei volti solenni.
Canta del sangue lasciato
sui gradoni ordinati,
sulle effigi scavate,
sulle statue innalzate
 
“e della geometria di sogni che non siete
nell’ardire di replicare, lenti
come il vizio cangiante delle polveri
rosso e ardenti … Toccando più e più
segni, trasuda gemente
un’eco di speranza e tormento,
venti votati all’immenso che fu”
 
Canta del colore degli ori
e del bianco delle cime sacre;
esprimi il folgore dei tuoi canti mistici
e libera dal manto dorato
l’odore di sabbia e
di loti bruciati dal rosso
pregnante del sole splendente,
 
“di lacrime di stasi, e gioielli
sparsi come semi nel fango
prospero di vita e fiele, sparsi
glifi di un godimento stanco,
aurea nudità di pretese: incanto
che l’aria rimonda e trattiene,
trattiene come riti in caldo, canterò
 
Sui flussi del Nilo placato
ondeggia ancora quell’anima
che rialza scostante lo sguardo...
E mira l’altezza delle sue tombe,
percorre la linea di due zampe protese,
riposa sul dorso scolpito, poi segue
le ombre e ritorna negli inferi.
 
“io vidi, sunto del suo potere e ingombro,
quel candido imponente, leggero
canto di luce. E lui passa sul ponte,
fiero fra le anime caduche e un cielo
eterno di fiaccole e notte: dimore
di cui fu per il suo regno terreno
vate, e testimone per il nuovo impero
 
Cantaci o Iside dell’ultimo
sogno di Ra,
e di come protese le mani
ai suoi figli accodati
tutti
a bere assetati
dolce miele dalle sue dita.
 
“Io vi canterò anche dell’alba,
del nutriente per i sogni umani,
del raggio iridescente della vita
che sorse benché pigra fra gli strali,
soli a pregare la secca solare
per il raccolto parco che berrà
lontano dall’euforia del mare”
 
e di come finito il disegno
del mondo
e del tempo a ponente e a levante
lasciò incurante ed esausto
la Sua firma divina
in un tramonto dorato
come l’ultima parola sul tutto.
 
(Fluttua, ancheggia, annaspa, lo sguardo,
e il giorno eterno si tesse
di sudori miraggi ipnosi e
pensieri d’arché: una promessa
inocula in essi, il Disco, e nella pace
galattica dove Cheope trova ed ascolta
l’eterno ritorno dell’uguale).
 
merry1319/Dax82
domenica, 09 marzo 2008

La ballata del tradimento


idea di xXAlessandraXx (GRAZIE!)
immagine dal web




Tornerai per vendicarti;
sarò proprio su quel treno,
già sicuro di fuggire;
mi vedrai dormir sereno,
con la rabbia che t’assale,
lo scompartimento pieno:
tornerai per farmi male.


Ma sarai ben soddisfatta
della mia arrendevolezza;
non ti voglio persuadere:
non un bacio, una carezza
scambierò per la mia vita,
spara con dolce freddezza,
hai il grilletto tra le dita.

Questo treno sola andata
corre dritto al compimento
se giustizia sarà fatta...
Per un tuo risentimento
sarà rigido l’inverno,
ma più forte è il tradimento
nel soggiorno giù all’inferno!

venerdì, 07 marzo 2008

Non voglio essere immortale





immagine dal web


Non voglio un dipinto
che invecchi per me.
Non voglio si consumi
l’indeterminato in me,
indiavolato e santo.
Non voglio insavire
nel pianto.
Anche un dio
è vulnerabile,
se un’idea non è
che una variabile.
Che cosa me ne faccio, io,
di un eterno piedistallo?
No. Finchè posso
resterò in ballo.
Non voglio essere immortale.




sgocciolato da: Dax82 alle ore 12:20 | link | commenti (2)
categorie: allo specchio, ematicamente, --- tutta la poesia ---
giovedì, 06 marzo 2008

Anime inchiodate



http://www.lazyclan.com/foto/eros.jpeg

Io e te
donna e uomo.
due cuori, due corpi.
magia e inquietitudine.

    Calice e lama,
    incastro di solitudini,
    una pelle, un solo spirito
    tu e io.

Fammi donna tu che sei
la mia tentazione, la mia forza
sei l'amore, l'estasi
sei tempesta per i miei
slanci infiniti.

    Meta mondana e giaciglio
    del mio schianto acquatico,
    sei porto al cuore gravido,
    spolvera l’uomo sopito,
    esca dei sensi in fiamme.

Due anime inchiodate
dalla purezza e dall'amore
io e te.

    Due vie per l’orizzonte,
    tracce di sogno e passione
    fuggiaschi noi.


romanticaperla & Dax82
sgocciolato da: Dax82 alle ore 10:26 | link | commenti (1)
categorie: collaborazioni, stranizze d amuri, --- tutta la poesia ---
mercoledì, 05 marzo 2008

Il poeta è un fingitore

immagine dal web


Vorrei che vi fermaste un minuto a pensare a come la forma artistica della poesia potrebbe essere definita. Credo che ognuno di noi abbia dentro di sé un’idea, un’idea che mette in pratica ogni volta che si rapporta ad una pagina bianca e prova a comporre; unendo queste idee è probabile che vi siano elementi comuni e discordi. Che l’indole, la ricerca, i nostri valori o la nostra poetica c’inducano ad una scrittura più discorsiva e simile al parlato o più tormentata e avulsa dalla quotidiana comunicazione, che si tratti di una scrittura vicina alle esperienze intime o di un mero esercizio verbale, ognuno potrà convenire sul fatto che la poesia prende vita dalla manipolazione della parola. La poesia ha delle regole, e svincolarsi dalle regole vuol dire comunque rapportarsi ad esse in qualche modo. Si tratta, se vogliamo, di un gioco, un “gioco normato” (L. Renzi), un’illusione quindi, per definizione stessa di gioco, il quale dà origine ad una realtà ‘altra’, e tuttavia spesso molto vicina a quella che percepiamo.

Ma è vera menzogna, quella del poeta? e in cosa consiste? La manipolazione della parola per scopi referenziali si propone l’obiettivo (o almeno così dovrebbe essere) di rendere chiari e univoci i fatti. Anche questa è ovviamente un’utopia e una menzogna, perché non esiste un fatto oggettivo, semmai ‘alcune’ soggettività possono trovarsi a concordare su ‘alcune’ parti salienti di un fenomeno e di un’esperienza, che è poi un fatto alla base del pensiero scientifico e istituzionale. E chi scrive sa già quanto di ‘saliente’ vada perduto in questo processo di ‘negoziazione’ di ciò che deve e non deve essere detto... Oltre alla discordanza delle opinioni, quindi, c’è il fatto che la parola stabilisce solo una superficiale corrispondenza tra significante e significato il quale, filtrato da ogni forma mentis, assume connotazioni diverse, persino nel caso di un teorema di matematica.

La poesia si spinge più in là, tuttavia. Si propone obiettivi estetici. Forgia significanti, termini della più varia natura, stravolge l’ordine logico verbale con gli iperbati, tributa il tremore di una mano a uno stato d’animo della mano piuttosto che dell’uomo, crea corrispondenze tra le sensazioni più disparate, parla più per omissioni che per descrizioni. La poesia si serve di parole e concatenazioni comuni ma al tempo stesso uniche e proprie, sovente per comunicare agli altri inizia col tagliare gli altri fuori dall’universo di chi scrive. Insomma costruisce e ricostruisce sia il linguaggio che l’esperienza psichica da cui esso muove. In questo senso, il poeta è un mentitore della specie più raffinata, ti accarezza diabolicamente.

Che senso ha mentire allora? Perché non esplicitare un’esperienza come se si trattasse di una cronaca? Da scrivano, non posso che fornire una risposta soggettiva lasciando a voi l’ultima parola. Chi scrive poesia ha capito che il vero “velo di Maya”, la vera illusione, è rappresentata proprio dal fenomeno, e che esso non vale niente senza l’universo di attribuzioni che solo la sensibilità può garantirgli; ha capito che eliminare da un racconto la connotazione significa estirpare una pianta dal suo terreno necessario e prodigale, condannandola a morte; ha capito che chi resta indifferente all’arte, e punta solo a ciò che è parzialmente condivisibile, è un individuo morto dentro, perché la vera vita è manifestazione dell’unicità di ognuno di noi, all’ennesima potenza, e noi siamo vivi quando siamo noi stessi, quando la scrittura è espressione del solito universo da un insolito punto di vista interiore - pensate alla rappresentazione di una Madonna canonizzata in epoca medievale e alla Madonna del Caravaggio; ha capito che il linguaggio comune stabilisce una distanza abissale fra l’Io e il Non-Io, è annullamento dell’individuo e, soprattutto, fallisce nel cogliere proprio gli aspetti salienti dell’esperienza vissuta, fornendo una verità che sta alla Verità come le onde e le increspature stanno alle correnti oceaniche, importante ma talmente limitata da non consentire alcun appagamento; ha capito che la psiche parla un linguaggio impossibile da rendere così com’è, ma che è possibile e doveroso imitare e interpretare con ogni mezzo di cui si dispone; ha capito che attraverso la menzogna si può comunicare in poche righe una sapienza che nessun saggio sui massimi sistemi dell’universo può contenere, e ha successo nell’educare ogni individuo a non dimenticare sé stesso sotto la spinta di una realtà assai più menzognera e impersonale, proprio quando la menzogna è rappresentata dalle verità collettive, ben più ardite delle forme geniali eppure così oneste e reali con cui la fantasia rielabora la realtà e ne ricombina gli elementi in sintesi; ha capito che il miele sulla medicina costituito dalla bellezza di un pensiero (e dalla sua ‘bugia formale’) cura l’anima quanto la medicina stessa; ha capito che se la realtà è la prima verità da plasmare, il sogno e la menzogna sono il suo ultimo scalpello per portarla alla luce.

 

(L'articolo è anche visibile, in forma completa di premessa e citazione, su MC: www.lamenteeilcuore.com/attimi/pagineweb/lalentedielio4.html)

sgocciolato da: Dax82 alle ore 21:50 | link | commenti
categorie: allo specchio, --- tutti i resoconti ---

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