Dario in breve

Utente: Dax82
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Un vulcano, un albatros, una spugna, una carovana nel deserto, una molla, una carezza sulla schiena, una lacrima, una spada ferma nel fodero, un messaggio in bottiglia, uno sparo nel sonno, una vocazione morale, una scintilla elettrica, una prospettiva alternativa, un respiro trattenuto, un caleidoscopio, sono cose che mi rappresentano bene, ciascuna a suo modo.

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lunedì, 23 giugno 2008

La stanza di Savarn



(Avviso: il brano ha un contenuto esplicito)

Motel de la Plaza, suite 618, ore 14:54 di un giorno d’agosto. Diario vocale di Eric.


Anche questa Nancy... no, deve aver detto Jessy... comunque se n’è appena andata. Da come faceva ballonzolare il suo culetto alto, raccolto e molto meno coperto di come ce l’aveva mia sorella all’età del punk che forse è la sua stessa, dal fatto che è uscita dalla porta saltando e sorridendo con le lacrime agli occhi ad almeno venti centimetri sopra il tappeto, direi che le è piaciuto parecchio e che dopotutto ho ancora qualche colpo da sparare anche a luci spente. Forse le ha fatto male, ma chissene importa... non le capiterà mai più di farsi il chitarrista dei Night Ravagers, e vivrà nel sogno tutta la vita, nel sogno le sembrerà che sono il più grande amatore e uomo del mondo con l’arnese più grande dell’universo, eccetera, eccetera. Vantaggi dell’essere Eric Savarn, certo, ma soprattutto un mucchio di balle. In ogni caso, per oggi meglio che non chiedano permessi speciali per questo e per ogni altro genere di ‘autografi’, perché temo che le manderò al diavolo anche se sono belle come il peccato. Oggi la storia mi troverà sul tappeto con la testa sfondata. L'inserviente che verrà alle 8 di sera a chiedermi se voglio del cognac del cinquantasette, non sentendomi rispondere, chiamerà prima il mio caro Eno (che oggi non ho contattato né invitato qui) come da me disposto, e non trovandolo perché si sarà già scopato una e poi fatto come una spugna per darci dentro ancora, chiamerà la polizia lasciandole l’onore di farmi rivivere nella leggenda. In effetti, si sentirano probabilmente le solite stronzate, che era il solito sosia mitomane mentre quello vero si è ritirato a vita privata in un ranch nel New Jersey, e qualcun altro lo ha visto contemporaneamente a Tokyo, a Ground Zero e a parlare con la salma di Fidel. Che credano quello che vogliono, vivo o morto, non fa alcuna differenza.
Ho sempre amato i motel. Non ci sono i soliti stronzi che fanno domande giù nella hall, anzi, la discrezione fa sì che spesso i clienti ritornino. Nessuno pensa che ci possa essere un Eric Savarn fra loro, men che meno che abbia comprato la suite ad angolo al sesto piano, che dà sulla piazza. Nessuno pensa che l’ho scelta perché sono nato in questo stesso mese del sessantuno, come recita la targhetta dietro la porta. Anzi, un giovane pazzoide occhialuto una volta lo scoprì: quando si presentò, entusiasta della scoperta, mi fece pena, ma lo ammirai perché nella vita non aveva fatto altro che seguire la sua follia. Tuttavia dovetti far dire a Eno che qui non c’era nessun Savarn. Chi mi riconosce nonostante - o forse ringraziando - i Rayban neri e il cappello da becchino, si stropiccia gli occhi senza il coraggio di parlare, qualcun altro grida il mio nome e cognome, che ormai non uso più - sentirlo nemmeno mi fa voltare - riferendosi senz’altro al vecchio mago della Stratocaster ES4 personalizzata e distortissima che ha dopato centomila pazzi la sera prima, di certo non a me. Gli amici infatti mi hanno sempre chiamato il Lungo e chi non mi chiama così, di me non sa un cazzo. Però, nella loro innocenza, ci hanno beccato su una cosa: questi due demoni stanno in un corpo solo. Oggi è un bel giorno per morire.
Per tutto il tempo, ho girato in questo pianetino alla luce o all’ombra. Voglio dire, c’ero, non c’ero, all’ombra sì, sotto la luce anche, ma tutte e due le cose mai, mai che si incontrassero una volta. Una vuole il Lungo, l’altra vuole Eric. Ci sono insetti da scansare o insetti da mangiare. Bocche da evitare, bocche da spingere nei pantaloni, bocche da ascoltare. Poi c’è questa finestra, e tutta questa gente sotto che attraversa la piazza e va dappertutto. E ognuno di loro timbra, lavora, timbra, torna. Cos’ha dalla vita? Spiccioli, e un calcio nelle palle di tanto in tanto. Ma cammina con la schiena dritta. Sa vivere per sé stessa. Il Lungo invece vive per Savarn. Ma tra un po’ Savarn sarà dimenticato. Senza di lui, Eric è fottuto. Dove vado io? Come faccio a timbrare o a ciondolare un altro giorno qui? Non so nemmeno se sia più umiliante o più difficile. Io davo il cambio a me stesso per non pensare... Ho tutto, e tutto non conta più. Ho scritto a Eno di cercarsi un buon ragazzo per fare cantare il nostro vecchio Peavey da 250 Watt. Lui capirà e forse piangerà. Ma andrà avanti.
Non ho voluto registrare questo messaggio vocale. I Black Ravagers non muoiono mai.




sgocciolato da: Dax82 alle ore 13:17 | link | commenti
categorie: allo specchio, tensione, ematicamente, --- tutta la prosa ---
giovedì, 29 maggio 2008

Che senso ha

C’è del sangue intorno a te. Sangue dappertutto. Non ti muovi, e non mi aspetto che tu lo faccia. Sembra che ti abbiano massacrato, tolto la vita. Oppure che tu abbia fatto questo a te stessa. O ancora, sei sconvolta, perché tu l’hai sottratta a qualcun altro. Ma anche se non ci vediamo da quasi un anno, ti conosco troppo bene, e so che non ha senso. E se non ha senso, se non hai commesso omicidio, se non ti sei fatta da parte, allora forse hai commesso un morticidio. Hai generato la vita.

E’ strano come la nascita e la morte affoghino nello stesso patimento scarlatto e infiammato. Il circolo, all’insegna della violenza, si apre e si chiude, il pianto è un dovere per entrambe, e ogni volta è la stessa emozione unica, come unico, irripetibile è l’evento. Tu rischi di sacrificarti, e tante donne hanno perso la scommessa e la perdono ancora. E tutto perché? Per una briciola? Una scommessa ancora più ardita? Il tutto per tutto per niente? No, io sono un maschio, e questo non lo capirò mai, nemmeno dopo avere diviso il tuo cammino per cent’anni. Tu conosci il senso della vita, della perpetuazione della sofferenza. Esso si nutre della tua armonia, che passa attraverso mesi, anni in cui la vita ha desiderato il tuo amore, la tua generosità senza confini, si è nutrita della tua brama, e tu hai nutrito il futuro della sua. Fino a oggi, il giorno della verità. Il giorno zero. In cui tutto è chiaro, limitatamente alla nostra vista.

Guardi quella briciola respirare il mondo, il mondo che le appartiene, ignara del sorriso di estranei, e capisci che la biologia ha compiuto la sua missione, è andata. No, affatto. E’ appena iniziata, e la speranza affilerà le unghie ferine. Alla nuova vita e alla vecchia. Perché tutto vada come deve. Che senso ha continuare in tutto questo. Non tutto fornisce delle risposte, non tutto necessita delle domande. Il senso è il verso? Di certo è un verso unico, irripetibile, violentemente bello. Sta nel punto e nel circolo. Guardi quella briciola piangere del tuo pianto, calmarsi della tua calma, adeguarsi alla tua forma, camminare al tuo fianco, parlare in tua vece quando tu non lo fai, portando il segno sul rigo dei tuoi pensieri, andare con la sua dolce metà oltre il tuo steccato per dare un’altra pedalata al mondo, e capisco perché nel tuo pianto c’è un principio di sorriso. Sei semplicemente felice. Io sono un maschio, e questo non lo capirò mai a fondo. Ma guardo il sangue del tuo sangue, l’immenso potenziale agitarsi come una centrifuga nel suo corpo, il principio dell’eterno nella più gracile delle manifestazioni del mondo, e capisco che in quel momento, se tutto va bene, ti sei resa immortale, hai replicato la Volontà. La vita ti ha vinto, tu hai vinto la morte. Non solo ha senso, ma a questo senso, che non sai bene cosa sia anche se ora lo conosci meglio di chiunque, hai dato addirittura un nome. Per me può bastare così. Resto con le mani a conchiglia, sulla soglia del mistero per riceverne una briciola. Mi senti dire solo: “Così sia”.

coffee break :)

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