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Una rassegna di haiku realizzata dal sito di Altramusa in cui campeggia il mio contributo... (Ingrandire per visualizzare meglio e usare il cursore azzurro in basso per navigare nel minibook)
Una grande antologia, un'iniziativa di beneficenza: da non perdere




immagini da deviantart.com
Siedi. Qui non c’è.
Ora è, di espellerti fuori:
ugole, timpani prima
non siano pregni linguaggi
né cavi. Ma foschi
rumori.
Chiudi gli usi. Fronde
fuse fanno l’aria
in membrane fiati
di meduse. Quel suono
non si ode in frasche oltre
uguale. Ma si stana
dagli adesso stronchi
vapurei tuoi espiri
larghi. Distanti.
E tutto è un richiamo
serico filante
di giri, usci,
calli oscuri connessi,
basite emanazioni.
Silenzi.
Torna. L’asperso ti squinterna
adesso. Stringi l’esempio
saggiato, e pensa
a terra, dove un punto
rammenda il suolo fra l’erba.
Vedi? Non serve che tu
cerchi, si riversa
di termiti bianche:
seguitano senza dissensi,
aghi le une, le altre.
Le senti, per questo è segnale
a loro largo e presente
del tuo violante stormire:
rilasciale, o lasciale piano
abituare.
Scala i verdi all’ocra. C’è, vicino,
un secco di libera foglia
che ha scelto radici ai rami
nutriti per nutrire. E ancora porta
sulla scorza dura di lontane
conchiglie
la proporzione
di dio, l’oro di phi.
Il testo. L’ombelico.
E tutto è un disegno
fatico di cori, e viaggi
lividi, colori immersi,
linfatiche stazioni.
Parole.
Ovunque è.
Ogni grano più tenue
parla di te, e non te n’eri
arreso. Schiudi i pori.
Degno sui nudi
steli, in spirito contieni
ora il senso
dei rumori.


(a Lisa Morpurgo,
geniale donna e scrittrice,
Maestra dell'astrologia italiana ed europea
a 10 anni dalla sua scomparsa)
Puoi dimenare le ciglia su nuraghi,
pelle dagli scardini che mostri un pure
acerbo desiderio di lidi migliori.
Questo milituncolo per una goccia
di nerume, scaverebbe
fogge periptere all'equatore,
ci ammarterebbe tutti.
Levogira resta la giostra
del nostro
geoide
e nike nudità nella vita
che come cloroformio breve
usa la ragione, e come diga
fragile, quando
non come sprone! Da cui
ci si confina in riserva, nativi.
Nella foga una pendice rossa
svapora inosservata lungo il giorno:
non c'è ritorno per noi stronzi,
fiamma di vespro resta la giostra
e nube ad est la penna.
Votati allo scambio del senno, dei poli,
degli infanticidi in differita
con gli aborti delle matriarche,
aspettiamo che meteore e non acque
acide piovano per inversirci
e spenti soli aspettiamo
in disparte.

L’animaLe cura.
Parole non conosco
per riaverti, in volto,
detersa; portarti
in ceppi, a lenti passi,
volente sulla soglia
di un dono di pace: ho solo
una sferza, una lingua
per dare e non dire,
per dare e lenire
ferite.
Così, non lacrimare
latte di ortiche, dai seni
rinsecchiti: di fasi,
conversano i mesi,
alterne
in cui ci puniremo
distanti. E ci feriamo sempre
quando il buio è un tempo fitto,
fecondo, come infanti
di fiere affamate e insonni.
Ma la cura animale
sfila rosari di frasi
taciute, abbozzate
da esotiche tribù dove nudarsi
è prassi e non c’è io
e tu, ma larve di suoni, di case
senza padroni, e una giada
di sale, come foglie, fonde
attriti in un solatio,
lavico mare.
… E c’è una scatola alle spalle
di questi bracieri
dormienti
ma pronti ad accendersi
quando decidi che i miei sguardi
dei tuoi sono degni, dimostri
di volere affacciarti
a questo vergine pugno di terra
che la mia pelle con sforzi
al tuo cospetto rinserra;
quando inattesi, nelle malsane coltri
fuligginose dell’esperienza
s’addentreranno due raggi, con essi
un provvido sereno, e coglierai
da me quel frangente di arcobaleno
che posso e i profondi recessi
di un mondo nascosto,
chiesa,
muto chiostro
di sperdute vestali,
atteso verrà il tempo di pace
e silenzi, in cui sarai
Demetra di mietitura
per quel vessato pugno di terra
dura, sarò trebbiato e sarai
con me disfatta e nuovamente
pura. Sapendo
che la guerra
è la nostra misura, non contare
queste ferite. L’anima le cura.
Parole non ricordo
per riaverti, nel cuore,
bambina; portarti
gaudente sui selciati,
in braccio, a passi e stenti,
a giocare coi sassi: ho solo
giardini di baci, una lingua
per dare e soffrire,
per dare e carpire
silenzi.
Dario Rizzo.

Sgradite eliofile all’oste nostrano,
s’apriranno incerte le mani quando
un muto piomberà di luci, quando
rese le terre al rancido, al digiuno
di opache iridi e livide, quando
neppure l’indaco di un terso fascio
dissiperà le pile dello schianto
che abbiamo fatto. Timide le mani
e inoperose per troppe insabbiate
di sole sbarreranno le falangi
di scatto, l’impeto d’ira fermando,
quando nel fasto della notte quando
chiari in un cieco indifferente e stanchi
all’anima saranno i rei silenzi,
i vani accorgimenti ed attardati:
brandendo sogni come lame in fiore,
senza colori e pelli marceremo
uniti all’estremo come guerrieri,
come guerrieri dell’arcobaleno.
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