Dario in breve

Utente: Dax82
Nome: Dax82
Un vulcano, un albatros, una spugna, una carovana nel deserto, una molla, una carezza sulla schiena, una lacrima, una spada ferma nel fodero, un messaggio in bottiglia, uno sparo nel sonno, una vocazione morale, una scintilla elettrica, una prospettiva alternativa, un respiro trattenuto, un caleidoscopio, sono cose che mi rappresentano bene, ciascuna a suo modo.

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lunedì, 20 luglio 2009

Oligarchia



All’epilogo cocente,
appendi l’inutile stupore
sulla scia di un airone da cargo,
smagliatura che l’aria recisa
risvolta in una qualche specie di sorriso;
qui neppure c’è
quel trucco da squillo e costrette,
le dignità in affreschi di cemento
osservano il voto sulle mani
stingere inerme il suo colore nel vespero.




(Carnevale di Bordeaux, Damien Doumax)

sgocciolato da: Dax82 alle ore 17:20 | link | commenti (4)
categorie: allo specchio, satura, ematicamente, --- tutta la poesia ---
martedì, 24 giugno 2008

(senza titolo)


[-Come una puttana svenduta
arranco la notte
sui marciapiedi di terra
e di sangue rappreso a
cui predicare il silenzio
e l'infettivo pensiero
che mi vomitasti addosso
nelle ore di letto e dolore-

gratto con l'unghia
quel destino che mi fa zavorra
ed ansima sul petto

-perdo il desiderio
ad ogni sportello che tonfa
come accetta sul tempo-

se fossi più rosa
sarei la spina che sul palmo
segue la linea di una vita
putrefatta da lacrime
se fossi meno dolente
crederei nelle tue illusioni
rendedole mie
in questa danza di ossa
e preghiere-]

Usando le speranze a lungo
scucite di scurume agli enzimi
redivivi, nutro la morte
delle mie, ti squamo come
arnese di bilanci e di rese
nel crogiolo di epidermica
fiacchezza, che inonda
il debito ai primi stenti.

Vesto la voglia di un clangore
alieno che non meriti ma ti
si aggrappa, dissodando i nervi

-la perpetuazione
va svanendo dell’atto ma più
del motivo-

Come un officiante aduso
alla sua messa nera
potrei estinguermi di soli rimorsi,
stilettando le reliquie del tempo
terminato, nell’indecenza,
nel cieco bagliore di un godere che non
viene, ma si allontana ad ogni
fiaccola accesa, come un fottuto spettro
nello strapparsi apparente della sera.

Morfea77 [] + Dax82


 
lunedì, 23 giugno 2008

La stanza di Savarn



(Avviso: il brano ha un contenuto esplicito)

Motel de la Plaza, suite 618, ore 14:54 di un giorno d’agosto. Diario vocale di Eric.


Anche questa Nancy... no, deve aver detto Jessy... comunque se n’è appena andata. Da come faceva ballonzolare il suo culetto alto, raccolto e molto meno coperto di come ce l’aveva mia sorella all’età del punk che forse è la sua stessa, dal fatto che è uscita dalla porta saltando e sorridendo con le lacrime agli occhi ad almeno venti centimetri sopra il tappeto, direi che le è piaciuto parecchio e che dopotutto ho ancora qualche colpo da sparare anche a luci spente. Forse le ha fatto male, ma chissene importa... non le capiterà mai più di farsi il chitarrista dei Night Ravagers, e vivrà nel sogno tutta la vita, nel sogno le sembrerà che sono il più grande amatore e uomo del mondo con l’arnese più grande dell’universo, eccetera, eccetera. Vantaggi dell’essere Eric Savarn, certo, ma soprattutto un mucchio di balle. In ogni caso, per oggi meglio che non chiedano permessi speciali per questo e per ogni altro genere di ‘autografi’, perché temo che le manderò al diavolo anche se sono belle come il peccato. Oggi la storia mi troverà sul tappeto con la testa sfondata. L'inserviente che verrà alle 8 di sera a chiedermi se voglio del cognac del cinquantasette, non sentendomi rispondere, chiamerà prima il mio caro Eno (che oggi non ho contattato né invitato qui) come da me disposto, e non trovandolo perché si sarà già scopato una e poi fatto come una spugna per darci dentro ancora, chiamerà la polizia lasciandole l’onore di farmi rivivere nella leggenda. In effetti, si sentirano probabilmente le solite stronzate, che era il solito sosia mitomane mentre quello vero si è ritirato a vita privata in un ranch nel New Jersey, e qualcun altro lo ha visto contemporaneamente a Tokyo, a Ground Zero e a parlare con la salma di Fidel. Che credano quello che vogliono, vivo o morto, non fa alcuna differenza.
Ho sempre amato i motel. Non ci sono i soliti stronzi che fanno domande giù nella hall, anzi, la discrezione fa sì che spesso i clienti ritornino. Nessuno pensa che ci possa essere un Eric Savarn fra loro, men che meno che abbia comprato la suite ad angolo al sesto piano, che dà sulla piazza. Nessuno pensa che l’ho scelta perché sono nato in questo stesso mese del sessantuno, come recita la targhetta dietro la porta. Anzi, un giovane pazzoide occhialuto una volta lo scoprì: quando si presentò, entusiasta della scoperta, mi fece pena, ma lo ammirai perché nella vita non aveva fatto altro che seguire la sua follia. Tuttavia dovetti far dire a Eno che qui non c’era nessun Savarn. Chi mi riconosce nonostante - o forse ringraziando - i Rayban neri e il cappello da becchino, si stropiccia gli occhi senza il coraggio di parlare, qualcun altro grida il mio nome e cognome, che ormai non uso più - sentirlo nemmeno mi fa voltare - riferendosi senz’altro al vecchio mago della Stratocaster ES4 personalizzata e distortissima che ha dopato centomila pazzi la sera prima, di certo non a me. Gli amici infatti mi hanno sempre chiamato il Lungo e chi non mi chiama così, di me non sa un cazzo. Però, nella loro innocenza, ci hanno beccato su una cosa: questi due demoni stanno in un corpo solo. Oggi è un bel giorno per morire.
Per tutto il tempo, ho girato in questo pianetino alla luce o all’ombra. Voglio dire, c’ero, non c’ero, all’ombra sì, sotto la luce anche, ma tutte e due le cose mai, mai che si incontrassero una volta. Una vuole il Lungo, l’altra vuole Eric. Ci sono insetti da scansare o insetti da mangiare. Bocche da evitare, bocche da spingere nei pantaloni, bocche da ascoltare. Poi c’è questa finestra, e tutta questa gente sotto che attraversa la piazza e va dappertutto. E ognuno di loro timbra, lavora, timbra, torna. Cos’ha dalla vita? Spiccioli, e un calcio nelle palle di tanto in tanto. Ma cammina con la schiena dritta. Sa vivere per sé stessa. Il Lungo invece vive per Savarn. Ma tra un po’ Savarn sarà dimenticato. Senza di lui, Eric è fottuto. Dove vado io? Come faccio a timbrare o a ciondolare un altro giorno qui? Non so nemmeno se sia più umiliante o più difficile. Io davo il cambio a me stesso per non pensare... Ho tutto, e tutto non conta più. Ho scritto a Eno di cercarsi un buon ragazzo per fare cantare il nostro vecchio Peavey da 250 Watt. Lui capirà e forse piangerà. Ma andrà avanti.
Non ho voluto registrare questo messaggio vocale. I Black Ravagers non muoiono mai.




sgocciolato da: Dax82 alle ore 13:17 | link | commenti
categorie: allo specchio, tensione, ematicamente, --- tutta la prosa ---
domenica, 08 giugno 2008

Catene




Scandisco i ceppi
fra mura d’antracite
come rosari.

Scalpello mari
con volto cieco, e sordo
ne fingo il suono.

Scende un ricordo
che mi apre al vento incauto
cui mi lasciai,

e sparge il grano
posato nell’arrocco
dei tuoi granai.

Ti amo e vedo
timoni derivarmi
sempre più piano.

Lo saprà il tempo
che cosa sia realmente
starsi lontano:

mi resta in mano
un calice d’assenzio
e lede i fianchi

ogni divincolo
tentato nel silenzio
dacché tu manchi.




Slave by ~Shinohoshi
giovedì, 29 maggio 2008

Che senso ha

C’è del sangue intorno a te. Sangue dappertutto. Non ti muovi, e non mi aspetto che tu lo faccia. Sembra che ti abbiano massacrato, tolto la vita. Oppure che tu abbia fatto questo a te stessa. O ancora, sei sconvolta, perché tu l’hai sottratta a qualcun altro. Ma anche se non ci vediamo da quasi un anno, ti conosco troppo bene, e so che non ha senso. E se non ha senso, se non hai commesso omicidio, se non ti sei fatta da parte, allora forse hai commesso un morticidio. Hai generato la vita.

E’ strano come la nascita e la morte affoghino nello stesso patimento scarlatto e infiammato. Il circolo, all’insegna della violenza, si apre e si chiude, il pianto è un dovere per entrambe, e ogni volta è la stessa emozione unica, come unico, irripetibile è l’evento. Tu rischi di sacrificarti, e tante donne hanno perso la scommessa e la perdono ancora. E tutto perché? Per una briciola? Una scommessa ancora più ardita? Il tutto per tutto per niente? No, io sono un maschio, e questo non lo capirò mai, nemmeno dopo avere diviso il tuo cammino per cent’anni. Tu conosci il senso della vita, della perpetuazione della sofferenza. Esso si nutre della tua armonia, che passa attraverso mesi, anni in cui la vita ha desiderato il tuo amore, la tua generosità senza confini, si è nutrita della tua brama, e tu hai nutrito il futuro della sua. Fino a oggi, il giorno della verità. Il giorno zero. In cui tutto è chiaro, limitatamente alla nostra vista.

Guardi quella briciola respirare il mondo, il mondo che le appartiene, ignara del sorriso di estranei, e capisci che la biologia ha compiuto la sua missione, è andata. No, affatto. E’ appena iniziata, e la speranza affilerà le unghie ferine. Alla nuova vita e alla vecchia. Perché tutto vada come deve. Che senso ha continuare in tutto questo. Non tutto fornisce delle risposte, non tutto necessita delle domande. Il senso è il verso? Di certo è un verso unico, irripetibile, violentemente bello. Sta nel punto e nel circolo. Guardi quella briciola piangere del tuo pianto, calmarsi della tua calma, adeguarsi alla tua forma, camminare al tuo fianco, parlare in tua vece quando tu non lo fai, portando il segno sul rigo dei tuoi pensieri, andare con la sua dolce metà oltre il tuo steccato per dare un’altra pedalata al mondo, e capisco perché nel tuo pianto c’è un principio di sorriso. Sei semplicemente felice. Io sono un maschio, e questo non lo capirò mai a fondo. Ma guardo il sangue del tuo sangue, l’immenso potenziale agitarsi come una centrifuga nel suo corpo, il principio dell’eterno nella più gracile delle manifestazioni del mondo, e capisco che in quel momento, se tutto va bene, ti sei resa immortale, hai replicato la Volontà. La vita ti ha vinto, tu hai vinto la morte. Non solo ha senso, ma a questo senso, che non sai bene cosa sia anche se ora lo conosci meglio di chiunque, hai dato addirittura un nome. Per me può bastare così. Resto con le mani a conchiglia, sulla soglia del mistero per riceverne una briciola. Mi senti dire solo: “Così sia”.

martedì, 27 maggio 2008

L'abitudine



Di strada in strada
è lento lo spiraglio
che sbreccia ad ammortare
l'iterazione degli atti.
Sullo schiocco delle ossa
dimenate allo spasmo,
col vischio dei ragni
-a ruote poligonali-

è un giorno scalzo
e placide tenaglie
sgombrano i bulbi
a questi occhi smessi:
futile si fa la luce
nelle pupille
che sbucano rigide
dall'angolo in penombra

-mi osservano il pianto-

Improvvisiamo arrovellati
i nostri volti ad un tratto,
saccheggiando avanzi di rosa
laddove anche l'alba
sconvolta
ripiega la fame
sul piatto gravido
dei venti in tempesta
al primo intreccio
dei calici nuziali,
brulli di parole

-il morso del silenzio-

E quello spirito d'immenso,
nei bruschi brillamenti
del brio
scomposto?

Lei resta ad un passo,
veglia nell'oltre
presso l'uscio dei vigneti
acerbi.

Cosa ci conduce
a sfinire i rumori?
Dove posa il coraggio
di tornare indietro
per noi ubriachi
di uno sprazzo di sole?

-L'abitudine si spezza-

nella liturgia del tempo
dove non ci batte mai
l'ora del tramonto.



Dax82 & Keishia



 

sabato, 24 maggio 2008

Ergastolo d'amore


E assicurate le cuoia
intorno alla scure adusa
e rossa, mi facevo
fodero di morte, frivolo voto
d'amore per un boia.

[Un cenno
e la scure si farebbe cura
disegno atteso
nell'adunca notte di miele
che tarla le labbra e le ore]

Tu sai a cosa è valso
esitare nel colpo: la sentenza
di grazia è nel rimorso,
la colpa non rimargina, alpiù
consuma.

[Lenta e audace
corrode esofago e ventre
si fa contorta parola
e piallata sicurezza
che ormai ha tutto confuso]

Lasci la gola intera. E non c'è onore
sulla tua lama trattenuta,
riposta: ti avevo promesso
la luna, e nessun cuore
era a timone del vascello.

[I mari sanno tacere e imbrunire
sanno diventare belva
e calma apparente
mentre ciò che sfuggì alle dita
fu catturato da reti bucate]

Sono pronto a pagare
senza la fine del tempo
a conforto: resti cicatrice
aperta, regnante di una notte
nuova, e resistente al giorno.

[Da leccare e sagomare
lenire e dorare
da vivere e infliggere
mentre lo sterno
si squarcia e geme]

Impressa porterò negli occhi
la runa del fallimento.
Sapevo che eri troppo
più vasta del mio cielo
e di sbagliare come alibi

ho scelto.


Dax82 & [Morfea77]


Love prison by ~TheOceanKing

sgocciolato da: Dax82 alle ore 20:10 | link | commenti (4)
categorie: collaborazioni, ematicamente, --- tutta la poesia ---
martedì, 29 aprile 2008

Il cecchino


Ho promesso con te

di fare il lavoro sporco di Dio,

portarti in cielo

per un istante di tempo infinito.


Una luce rossa e una croce greca

dallo Stinger mirano al tuo petto vivo:

lo seguo quando sfatta posi

nel letto già spento che si fa sicura,

quando schizzi nella gravida fretta

di Milano con identica attitudine.


Ma non posso staccarti

i miei sogni dal corpo

inerme. Ho promesso

di portarti un metro oltre

l'attico delle mie attese,

suprema vetta di quando preda

depredi della grazia

e resta un timore avvinto alla resa.


Come se ancora tu non fossi a tiro,

latita lo sparo. Vorrei soltanto

sbagliare lontano con te

vicino. Avessi il cuore

di ucciderti per certo punterei

al mio deforme cranio d'assassino,

spargendomi nella breccia

di ruvore fatta avvezza, gentile.


L'indice tace... Tu sei

il solo motivo ed io

il morto che cammina,

infermo nell'ironia

di un girone d'inferno

ad un piano di ascensore dal paradiso.


Non aver paura, amore. Ho promesso

che ti porterò via da questo cielo

di lacrime, perché, nella mia mira

migliore, altro per noi non vedo

che questo

destino.

 

 


sgocciolato da: Dax82 alle ore 14:07 | link | commenti (4)
categorie: stranizze d amuri, ematicamente
venerdì, 18 aprile 2008

Disappunto






Disappunto:
oh non avrei dovuto per il tuo piacere
tenerti lontano da me sino a tanto,
o farmi piacere e lasciarti al mio fianco
finché non ti avessi quasi dimenticato
per baciare l’egoismo amaro.

Disappunto,
la piaga di un rapporto da gustare in sottodosi
non faccia giudicare così presto o condizioni
il pensiero al punto da lasciare le catene
di un vincolo ad anelli che ci lega
insieme, improvvisato, fuori-presa.

Disappunto,
la cieca delusione piano annega il nostro cuore,
la rabbia perché data la peggiore
manifestazione, ma nel corso quel legame
non s’è sciolto più di qualche istante gramo.
Sappiamo di star male nella morsa dell’errore.

Disappunto
sull’eco troppo acuta di una lieve incomprensione,
girarsi incamminarsi senza ritagliare il tempo
per una spiegazione, eppure il giorno s’alza in volo
quasi indifferente mentre sfumano al pensiero
disegni che sembravano prendere corpo

appena ieri, e tu prometti di non dare
via quel sogno, che c’è ancora in qualche modo,
fallo presto ed al più presto
sarò da te, lo rivedrai dov’era, perché puoi
spezzare il disappunto con la grazia
che hai, che puoi concedere se vuoi.

sgocciolato da: Dax82 alle ore 12:39 | link | commenti (6)
categorie: ballate, stranizze d amuri, ematicamente, --- tutta la poesia ---
mercoledì, 09 aprile 2008

Sbavature

La tecnica del conflusso.


Ammissibile solo in poesia, non credo sia una tecnica mai usata in modo sistematico, forse perché difficile da gestire. Inoltre, se ripetuto, questo meccanismo altera la costruzione dei versi e delle frasi e ha delle interessanti conseguenze.

Consiste nell'attribuire un doppio valore a un termine dal punto di vista grammaticale, sintattico o del periodo. Questa figura retorica è in alcuni casi detta "anfibologia".

Qualche esempio: Il fuoco consuma legna si fa cenere nel camino. "legna" può essere visto come complemento oggetto della prima e soggetto della seconda proposizione al tempo stesso (caso sintattico, il più semplice). la tenda azzurra color cielo la casa. "azzurra" può essere visto come aggettivo o come voce del verbo “azzurrare” (caso grammaticale, richiede parole che si prestino al doppio uso o qualche artificio letterario). E' infine possibile anche usare congiunzioni o avverbi con una forma ambigua. Uso il pc e la tv non mi fa compagnia. Se ci si fermasse a "tv", la frase avrebbe un altro senso, affine ma non uguale, e con la versificazione non punteggiata, i due sensi possono essere sovrapposti (caso del periodo). Tutto questo per arricchire di significati i versi e condensare la scrittura.

Il risultato è un torrente di concetti, un unicum che può quasi svincolarsi dalla punteggiatura. 

Ho chiamato questo artificio 'conflusso' perché le frasi fluiscono insieme lungo il testo, e perché le parole, per così dire, doppie o ambigue, sono i punti di confluenza di queste frasi, un punto breve in cui queste si confondono. Credo che questo artificio sia interessante per gli effetti che produce. Quello che segue è il mio primo esperimento, in cui sono presenti anche varianti a quanto su riportato. Ho indicato le parole di collegamento fra underscores.









_Scoppi_ approcci di combusta

resina snocciolano

imponderabili

_lingue_ smanianti

irretiscono l’indomito

_animo_

venti nel dì_ossido_

lancette pirografiche, uno

_scolo_ il quadro

patema di incontrarti


_sùbito_ ti bussa

alla _porta_ ammanigliate

leve scarlatte chiazze

di _sangue_ evidenzia

la tua pelle _altrimenti_

bianca

incalza la _caduta_

non è che spatola di_rami_

ruggini di_mora_ di attardate

sedotte interiora e_mani_


sbavature.

coffee break :)

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