Dario in breve

Utente: Dax82
Nome: Dax82
Un vulcano, un albatros, una spugna, una carovana nel deserto, una molla, una carezza sulla schiena, una lacrima, una spada ferma nel fodero, un messaggio in bottiglia, uno sparo nel sonno, una vocazione morale, una scintilla elettrica, una prospettiva alternativa, un respiro trattenuto, un caleidoscopio, sono cose che mi rappresentano bene, ciascuna a suo modo.

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martedì, 01 luglio 2008

Spettri - Il vento ricorda



Bassa una luna,
frustata dai roveti,
pialla di stallo

l’aria tagliente,
fischio di lame acute
e di cristallo.

Fra le paludi
si alza un ronzio d’insetti,
prendendo quota,

l’udito a beffe,
lamento, a tratti risa
impertinenti.

L’hanno chiamato
“un tragico incidente”,
coi piedi in fuga.

Grave la luna
piangeva fra le urla
di quei prescelti.

Vagano ancora
chiedendosi il perché
di quel silenzio

con cui le acque
si alzarono alle spalle
della speranza

lasciando gli orfani,
lasciando faccendieri
e prigionieri,

rei di trovarsi
in una fossa d’anime
quando una mano

fece la storia,
morsa la diga al canto
del dio impero.

Restano qui
frugandomi i pensieri
senza risposte,

né c’è riposo
per quelli come loro,
come gli insetti.

L’hanno chiamato
“un tragico incidente”
- le colpe in rotta.

Schiantata Luna,
consoli spettri al vento
che li ricorda?

Nei campi incolti,
l’aurora tarda e sa
di morte nuova.






mercoledì, 04 giugno 2008

Leylines


Madre Nera, parlami
con la lingua puntuale della terra,
del perché vibrano questi
bassorilievi di Chartres,
sotto rintocchi all’esame quasi
d’inascoltate, tarde campane.

S’iniettano ancora come bevanda
nei marmi ingenti di Westminster
dove le biancastre vene e le brune
non scolorano eroiche tinte.

Parlami dei dotti militanti
all’ombra di Roslin, di Montsegur,
Casteldelmonte e Axum, con la morte
messa persino a guardia di un quesito
che fosse timbro all’udito sbagliato.

Madre Africana, slacciami le strade
nel Disegno monco dell’ingresso
per la fede e per la scienza
perché io senta quel che non vedo,
quel che non vedo senza la tua guida.

Cavalieri del Tempio, spezzati
dalla censura di Bafometto,
eravamo avvezzi alle esotiche vie!

Sempre le mitre additano gli errori,
bofonchiano anche le lenti,
ora, di bieche illusioni...
che cosa imprecherebbero di noi
gli antichi costruttori!

Le linee d’energia, dentro nascoste,
si profondono in domande
immense, e la nostra era
sta invischiata fra la sua grandezza
presunta, spenta nella rincorsa
alla miseria di vaghe risposte.






Leylines of Blue by ~Death-by-Clarinet
venerdì, 11 aprile 2008

Polittica



immagine dal web




Rotto così, lo stivale

rivà ai pesci:


trovi al mercato

perlopiù noti surgelati

e qualche microcefalo

con l'occhio brillante,

pur essendo da tempo una salma.


La scelta non è mai

causale, e usiamo lo stivale

per lanciare i dadi,

magari dare salario,

per voti, al parentado.


Ma è sempre un porto di mare:

siamo amici per un giorno,

facciamo i pesci morti anche noi,

ci vendiamo in chiacchiere,

attiriamo le zanzare.


Un miliardo e mezzo di genii

dice: “ogni popolo ha il governo

che si merita”, e “addestra

un uomo a pescare

ché avrà da mangiare sempre”.


La rimostranza sulle fregature

direi che ha poche scuse.

Nuotiamo in queste alghe

o cambiamo negoziante.

Tanto con la nostra canna


lo stivale rotto, non si sa bene

come, torna sempre a galla.



sgocciolato da: Dax82 alle ore 14:38 | link | commenti (7)
categorie: ironic, historia magistra vitae, --- tutta la poesia ---
giovedì, 13 marzo 2008

In morte di Cheope





immagine dal web. idea di merry1319


Cantaci o Iside
della ballata delle cime sacrali;
da lontano come dall’alba al tramonto
cantaci il loro tempo
denso sulle pareti come l’olio
che cola caldo
di respiro appannato e calore
 
“Vi è stato un tempo cieco
ove incasellato a piastre un cielo
nel ventre del niente, si è andato
a posare uno spazio che a piedi
umani non fu destinato. E vi canto,
ancora dopo fregi estinti e steli
sgomente, ai bisogni un palazzo”
 
o di come dentro i loro ventri
l’urlo e il rimbombo dell’acuto
- suono perpetuo della voce solenne
di un faraone morto sotto la sabbia -
strillava al mondo tremando
suntuosamente
dall’oltretomba
 
“sì, del verdetto, che rendesse omaggio
onesto al suo viaggio nello specchio
di stelle, un baluginìo silente
di un fato al ruggente silenzio
costernato, nel sempre di un limbo
in cui pur nel vespro di dio non venne
del sole un addio, ma un commiato”
 
Perché pendente forza sudava
grondante di prismi d’affanni
e il mistero di secoli
nascosti alla mente romantica
e alla ragione cinica
gridava ancora pacato
dall’ignoranza di una specie
 
“che immemore, incerta e poi muta
resta di fronte a quella mai defunta
e strenua lealtà per gli ideali,
di fronte a un amore trasceso
che immenso addita il sereno,
come faro lasciato da una mente
geniera, per mostrare le Sue ali”
 
Cantaci o Iside
delle imponenti imprese gaudenti.
Canta dei volti solenni.
Canta del sangue lasciato
sui gradoni ordinati,
sulle effigi scavate,
sulle statue innalzate
 
“e della geometria di sogni che non siete
nell’ardire di replicare, lenti
come il vizio cangiante delle polveri
rosso e ardenti … Toccando più e più
segni, trasuda gemente
un’eco di speranza e tormento,
venti votati all’immenso che fu”
 
Canta del colore degli ori
e del bianco delle cime sacre;
esprimi il folgore dei tuoi canti mistici
e libera dal manto dorato
l’odore di sabbia e
di loti bruciati dal rosso
pregnante del sole splendente,
 
“di lacrime di stasi, e gioielli
sparsi come semi nel fango
prospero di vita e fiele, sparsi
glifi di un godimento stanco,
aurea nudità di pretese: incanto
che l’aria rimonda e trattiene,
trattiene come riti in caldo, canterò
 
Sui flussi del Nilo placato
ondeggia ancora quell’anima
che rialza scostante lo sguardo...
E mira l’altezza delle sue tombe,
percorre la linea di due zampe protese,
riposa sul dorso scolpito, poi segue
le ombre e ritorna negli inferi.
 
“io vidi, sunto del suo potere e ingombro,
quel candido imponente, leggero
canto di luce. E lui passa sul ponte,
fiero fra le anime caduche e un cielo
eterno di fiaccole e notte: dimore
di cui fu per il suo regno terreno
vate, e testimone per il nuovo impero
 
Cantaci o Iside dell’ultimo
sogno di Ra,
e di come protese le mani
ai suoi figli accodati
tutti
a bere assetati
dolce miele dalle sue dita.
 
“Io vi canterò anche dell’alba,
del nutriente per i sogni umani,
del raggio iridescente della vita
che sorse benché pigra fra gli strali,
soli a pregare la secca solare
per il raccolto parco che berrà
lontano dall’euforia del mare”
 
e di come finito il disegno
del mondo
e del tempo a ponente e a levante
lasciò incurante ed esausto
la Sua firma divina
in un tramonto dorato
come l’ultima parola sul tutto.
 
(Fluttua, ancheggia, annaspa, lo sguardo,
e il giorno eterno si tesse
di sudori miraggi ipnosi e
pensieri d’arché: una promessa
inocula in essi, il Disco, e nella pace
galattica dove Cheope trova ed ascolta
l’eterno ritorno dell’uguale).
 
merry1319/Dax82

coffee break :)

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