Cantaci o Iside
della ballata delle cime sacrali;
da lontano come dall’alba al tramonto
cantaci il loro tempo
denso sulle pareti come l’olio
che cola caldo
di respiro appannato e calore
“Vi è stato un tempo cieco
ove incasellato a piastre un cielo
nel ventre del niente, si è andato
a posare uno spazio che a piedi
umani non fu destinato. E vi canto,
ancora dopo fregi estinti e steli
sgomente, ai bisogni un palazzo”
o di come dentro i loro ventri
l’urlo e il rimbombo dell’acuto
- suono perpetuo della voce solenne
di un faraone morto sotto la sabbia -
strillava al mondo tremando
suntuosamente
dall’oltretomba
“sì, del verdetto, che rendesse omaggio
onesto al suo viaggio nello specchio
di stelle, un baluginìo silente
di un fato al ruggente silenzio
costernato, nel sempre di un limbo
in cui pur nel vespro di dio non venne
del sole un addio, ma un commiato”
Perché pendente forza sudava
grondante di prismi d’affanni
e il mistero di secoli
nascosti alla mente romantica
e alla ragione cinica
gridava ancora pacato
dall’ignoranza di una specie
“che immemore, incerta e poi muta
resta di fronte a quella mai defunta
e strenua lealtà per gli ideali,
di fronte a un amore trasceso
che immenso addita il sereno,
come faro lasciato da una mente
geniera, per mostrare le Sue ali”
Cantaci o Iside
delle imponenti imprese gaudenti.
Canta dei volti solenni.
Canta del sangue lasciato
sui gradoni ordinati,
sulle effigi scavate,
sulle statue innalzate
“e della geometria di sogni che non siete
nell’ardire di replicare, lenti
come il vizio cangiante delle polveri
rosso e ardenti … Toccando più e più
segni, trasuda gemente
un’eco di speranza e tormento,
venti votati all’immenso che fu”
Canta del colore degli ori
e del bianco delle cime sacre;
esprimi il folgore dei tuoi canti mistici
e libera dal manto dorato
l’odore di sabbia e
di loti bruciati dal rosso
pregnante del sole splendente,
“di lacrime di stasi, e gioielli
sparsi come semi nel fango
prospero di vita e fiele, sparsi
glifi di un godimento stanco,
aurea nudità di pretese: incanto
che l’aria rimonda e trattiene,
trattiene come riti in caldo, canterò”
Sui flussi del Nilo placato
ondeggia ancora quell’anima
che rialza scostante lo sguardo...
E mira l’altezza delle sue tombe,
percorre la linea di due zampe protese,
riposa sul dorso scolpito, poi segue
le ombre e ritorna negli inferi.
“io vidi, sunto del suo potere e ingombro,
quel candido imponente, leggero
canto di luce. E lui passa sul ponte,
fiero fra le anime caduche e un cielo
eterno di fiaccole e notte: dimore
di cui fu per il suo regno terreno
vate, e testimone per il nuovo impero”
Cantaci o Iside dell’ultimo
sogno di Ra,
e di come protese le mani
ai suoi figli accodati
tutti
a bere assetati
dolce miele dalle sue dita.
“Io vi canterò anche dell’alba,
del nutriente per i sogni umani,
del raggio iridescente della vita
che sorse benché pigra fra gli strali,
soli a pregare la secca solare
per il raccolto parco che berrà
lontano dall’euforia del mare”
e di come finito il disegno
del mondo
e del tempo a ponente e a levante
lasciò incurante ed esausto
la Sua firma divina
in un tramonto dorato
come l’ultima parola sul tutto.
(Fluttua, ancheggia, annaspa, lo sguardo,
e il giorno eterno si tesse
di sudori miraggi ipnosi e
pensieri d’arché: una promessa
inocula in essi, il Disco, e nella pace
galattica dove Cheope trova ed ascolta
l’eterno ritorno dell’uguale).