Salve a tutti. Ci sono indubbiamente delle sere che, nonostante i nostri sforzi in senso contrario, non possono restarci indifferenti. Tale è la serata di lunedì 11 febbraio 2008, serata di presentazione del libro che dà il nome a questo blog, in attesa che per il blog mi venga in mente qualcosa di meglio.
La serata è stata anticipata da una mattinata partita con il piede destro (avrebbero forse detto gli antichi romani), ovvero con un gradito omaggio floreale, cui ne sarebbero seguiti altri sul luogo della presentazione, e con qualche messaggio amico ed augurale. Un’iniezione di fiducia non da poco.
Tra preparativi e attività e tensione palpabile con uno qualsiasi dei sensi di chiunque posto ad una qualsiasi distanza dalla sorgente elettrica (me), l’orario di inizio è arrivato in un batter d’occhio (curioso come il tempo eluda sempre i nostri tentativi psichici di fissare il suo ritmo!). Appena il tempo per le dediche, le strette di mano, gli ultimi arrivi nella sala della libreria, quattro parole scambiate con un sorriso nevrotico stampato, un numero assai superiore di concetti interrotti e, considerato il ritardo consistente, si inizia in fretta e furia.
Il relatore, che chiameremo Professore P. per privacy (ok, adesso fingere di sghignazzare grazie, ed evitare l’associazione con Melissa P. che io stesso vi sto suggerendo), è stato la mia benedizione, uomo di immensa cultura e di un fascino che si manifesta nell’eloquio accessibile, sebbene erudito, e nel temperamento pacato. In serata, tuttavia, prima di iniziare, è stato proprio lui a conferirmi un tocco di sano terrore (mi mancava proprio), chiedendomi il perché del titolo del libro. Sapete com’è, sono dettagli. Che importanza vuoi che abbia il titolo di un libro di poesie a tema? In quel momento ho pensato di guadagnare la via del bar più vicino per assumere una corretta dose di alcool, al fine di dimenticare i disastri futuri. Oggi il mio angelo custode non è in forma... Ed invece, dopo avergli fatto un rapido promemoria (è un uomo con mille impegni!), mi sono reso conto che era un falso allarme (uomo di poca fede, io).
Il suo monologo, tecnico ma discorsivo e chiaro, ha toccato molti aspetti della poesia e dei dintorni della poetica mia e degli autori del novecento, aspetti stilistici, contenutistici e quant’altro. L’attenzione dei presenti (abbastanza numerosi da riempire la sala, con mio gaudio e sommo spavento) è stata catalizzata come di rado mi è capitato di vedere (vedere l’Inferno dantesco raccontato da Benigni). Quindi, prima che potessi rendermene conto, quando ormai ero lì appollaiato placidamente alle spalle del Professore P. a godermi la sequela di mestieri dei poeti ermetici, di citazioni e ritorni sontuosi alla mia opera che di sontuoso non ha un tubo, lusinghe motivate e motivazioni lusinghiere, egli decide che è arrivato il mio turno. Considerato che mi aspettavo almeno un’altra mezz’ora di lezione letteraria, credo di avere considerato allettante l’idea di farmela addosso per liberarmi del pensiero. Ma la sentenza era arrivata: la parola allo scrivano. E la parola del Professore P. non si discute, essendo egli una vera auctoritas della critica letteraria nel Salento e in Italia. Beato me!
Dopo aver cambiato l’interfaccia della postura e il colore del volto (la skin, diremmo noi malati di pc) circa dodici volte in sessanta secondi, è iniziato il mio monologo. Cosa ingrata e sleale è parlare dopo la perfezione espositiva, ma a qualcuno doveva toccare, uno a caso. Ormai temevo la disfatta (uomo di poca fede, io). Invece, falso allarme anche qui. Mi sono limitato agli aspetti più strettamente inerenti il libro e a qualche curiosità sul retroscena, almeno inizialmente. Ma lentamente, il cervello ha iniziato a bollire e il discorso si è sciolto, toccando argomenti altri: emancipazione femminile, appiattimento dell’opinione, cosa mangio dopo a cena (no, quest’ultimo non è vero), non chiedetemi come io ci sia finito, vista la mia incompetenza in materia. Avrei continuato a lungo se non fosse successo che, dimentico della bottiglietta a me assegnata e tristemente immobile, abbandonata alle mie spalle, avevo finito l’acqua in corpo e parlando iniziavo a schiumare come un cammello scalciato nel deserto (la mancanza d’acqua alle mie fauci è stata ahimé notata dagli astanti).
Il monologo si è quindi limitato a mezz’ora, in cui ha trovato posto la recitazione de "L’ailanto", di "Vinto dai tempi" e qualche altro mio cavallo di battaglia abbastanza comprensibile, in attesa di essere qui postato per voi. Applausi, complimenti, dediche richieste, conoscenze nuove, imbarazzi a tavoletta. Poi birra rossa e sfondamento a cena. E il resto è solo gratitudine verso chi ha condiviso questo impervio cammino, insieme con molta, molta soddisfazione. Moments of glory.